Il "Cantuccio Lirico" di Alessandro Manzoni
Per i 150 anni dalla morte del grande Alessandro Manzoni, voglio ricordare a tutti questo magnifico coro.
Tratto dalla sua tragedia "Il Conte di Carmagnola".
Si tratta della Battaglia di Maclodio che nel 1427, vide inasprirsi uno scontro, nella pianura lombarda, tra l'esercito milanese guidati dai Visconti ed un gruppo formato da fiorentini, veneziani e savoiardi guidati da Francesco di Bartolomeo Bussone conte di Carmagnola.
Condottiero inizialmente proprio del suo primo signore Filippo Maria Visconti, viene in seguito destituito per invidia, divenendo così il suo principale nemico.
A capo delle truppe di S. Marco, della Repubblica di Venezia, sconfigge l'esercito visconteo proprio a Maclodio.
A fine battaglia commette l'errore di liberare per pietà alcuni prigionieri.
Per questo viene accusato di tradimento e condannato a morte.
Un solo amico, Marco, prova a ribellarsi all'ingiusta condanna ma messo alle strette abbandona il buon Carmagnola alla sua sorte.
Questo scritto rappresenta simbolicamente una giustizia manipolata e l'onnipotenza della ragion di stato. Ancor di più di ciò che accade all'amico Marco che non trova un modo per far trionfare la giustizia vera:
"Un nobile consiglio / per me non c'è; qualunque io scelgo, / è colpa".
La sua caratteristica principale riguarda il modo in cui viene rappresentato il tutto. All'epoca si tendeva, nel raccontare una battaglia, mettere in mostra ricordi di chi avesse già partecipato allo scontro.
L'innovazione di Manzoni consiste nel fare in modo che la battaglia fosse stata effettivamente vissuta dal coro.
Da "Il Conte di Carmagnola" di Alessandro Manzoni.
"La Battaglia di Maclodio"
Primo Coro
S'ode a destra uno squillo di tromba;
A sinistra risponde uno squillo:
D'ambo i lati calpesto rimbomba
Da cavalli e da fanti il terren.
Quinci spunta per l'aria un vessillo;
Quindi un altro s'avanza spiegato:
Ecco appare un drappello schierato;
Ecco un altro che incontro gli vien.
Già di mezzo sparito è il terreno;
Già le spade rispingon le spade;
L'un dell'altro le immerge nel seno;
Gronda il sangue; raddoppia il ferir.
Chi son essi? Alle belle contrade
Qual ne venne straniero a far guerra
Qual è quei che ha giurato la terra
Dove nacque far salva, o morir? –
D'una terra son tutti: un linguaggio
Parlan tutti: fratelli li dice
Lo straniero: il comune lignaggio
A ognun d'essi dal volto traspar.
Questa terra fu a tutti nudrice,
Questa terra di sangue ora intrisa,
Che natura dall'altre ha divisa,
E ricinta con l'alpe e col mar.
Ahi! Qual d'essi il sacrilego brando
Trasse il primo il fratello a ferire?
Oh terror! Del conflitto esecrando
La cagione esecranda qual è?
Non la sanno: a dar morte, a morire
Qui senz'ira ognun d'essi è venuto;
E venduto ad un duce venduto,
Con lui pugna, e non chiede il perché.
Ahi sventura! Ma spose non hanno,
Non han madri gli stolti guerrieri?
Perché tutte i lor cari non vanno
Dall'ignobile campo a strappar?
E i vegliardi che ai casti pensieri
Della tomba già schiudon la mente,
Ché non tentan la turba furente
Con prudenti parole placar?
Come assiso talvolta il villano
Sulla porta del cheto abituro
Segna il nembo che scende lontano
Sopra i campi che arati ei non ha;
Così udresti ciascun che sicuro
Vede lungi le armate coorti,
Raccontar le migliaja de' morti,
E la piéta dell'arse città.
Là, pendenti dal labbro materno
Vedi i figli che imparano intenti
A distinguer con nomi di scherno
Quei che andranno ad uccidere un dì;
Qui le donne alle veglie lucenti
De' monili far pompa e de' cinti,
Che alle donne diserte de' vinti
Il marito o l'amante rapì.
Ahi sventura! sventura! sventura!
Già la terra è coperta d'uccisi;
Tutta è sangue la vasta pianura;
Cresce il grido, raddoppia il furor.
Perché tutti sul pesto cammino
Dalle case, dai campi accorrete?
Ognun chiede con ansia al vicino,
Che gioconda novella recò?
Donde ei venga, infelici, il sapete,
E sperate che gioia favelli?
I fratelli hanno ucciso i fratelli:
Questa orrenda novella vi do.
Stolto anch'esso! Beata fu mai
Gente alcuna per sangue ed oltraggio?
Solo al vinto non toccano i guai;
Torna in pianto dell'empio il gioir.
Ben talor nel superbo viaggio
Non l'abbatte l'eterna vendetta;
Ma lo segna; ma veglia ed aspetta;
Ma lo coglie all'estremo sospir.
Tutti fatti a sembianza d'un Solo;
Figli tutti d'un solo Riscatto,
In qual ora, in qual parte del suolo,
Trascorriamo quest'aura vital
Siam fratelli; siam stretti ad un patto:
Maledetto colui che l'infrange,
Che s'innalza sul fiacco che piange,
Che contrista uno spirto immortal!
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Opera di Giuseppe Lorenzo Gatteri Immagine dal web |
Grazie a tutti voi e buona giornata.
Mi hai riportato ai tempi del liceo, alla commozione provocata leggendo questi versi appassionati e toccanti!
RispondiEliminaNe sono felice. I periodi più belli della nostra vita meritano di essere ricordati. 😊
EliminaBuona giornata Sara, con un abbraccio. Grazie.